No, non è la casetta del mulino bianco e di bianco c’è il sale della Sicilia, cumuli sotto il sole accompagnati da vecchi mulini a vento con il tetto sbiadito, a ricordarti che la natura rimane sempre ad emozionarti come il passato fenicio che riemerge.
Non è solo
storia di natura e lavoro, c’è dentro
qualcosa di te nella solitudine di quelle montagne di sale, cristalli con la loro vita separata, fermi lì tra le vasche come in attesa.
qualcosa di te nella solitudine di quelle montagne di sale, cristalli con la loro vita separata, fermi lì tra le vasche come in attesa.
Se aspetti il
tramonto e ti lasci avvolgere dal rosso che va dimenticando l’arancione, ti puoi
perdere nell’immobilità dei riflessi delle acque, sfumati ma netti come un’altra vita, un altro margine,
un altro cielo.
Proprio in
questo ambiente, si, la natura favorisce la coltura del sale grazie alla
salinità del mare Mediterraneo, alla elevata irradiazione del sole, alle scarse piogge ed
alla energia del vento.
Le saline si estendono su mille ettari del territorio costiero che va da Trapani fino alle isole dello Stagnone, presenti già al tempo dei fenici, nel primo millennio
a.c.
Il
sale, questo oro bianco che serviva non solo come integratore alimentare ma
anche per conservare sgombri e tonni pescati in quei mari, carni e la concia
delle pelli, dovette costituire un importante fonte commerciale per Fenici
e per i popoli che si avvicendarono.
Tu pensa che il famoso geografo arabo Edrisi scrisse per il re normanno Ruggero II, il “Libro
per lo svago di chi ama percorrere le regioni” raccontandogli che una salina si
trovava proprio davanti la porta di Trapani ormai nota per il suo porto ed il
suo commercio europeo.
Federico
di Svevia istituì il monopolio per la produzione di sale, importante commercio di
Stato che durò nel periodo angioino fino a che gli aragonesi lo restituirono
alla proprietà privata, o come si disse allora lo diedero in gabella. Nel 1840 fu abolito definitivamente il dazio.
Il resto lo fece l’apertura
del canale di Suez nel 1869, e fu commercio per rotte internazionali, non ultime le Americhe.
Poi, le saline industrializzate di
Cagliari, le guerre mondiali ed il degrado del porto, la concorrenza straniera
dopo la seconda guerra mondiale, segnarono la decadenza del commercio e
pertanto delle saline.
Fu importante allora la creazione
della Riserva che nel 1995 risollevò la gestione recuperando gli impianti e
ritornando a produrre un sale marino che oggi è nell'elenco dei prodotti agroalimentari riconosciuti nel 2011 quale IGP proprio perché l’estrazione del sale
rispetta le tecniche tradizionali.
Oggi quell’ambiente
così ricco di storia, di flora e di fauna, che va dall’Isola fenicia di Mozia, nel suo
comprensorio vitivinicolo, alle saline di Marsala, Paceco e Trapani è in predicato per essere riconosciuto patrimonio dell’Unesco ed inserito nella Word Heritage List. Come non approvare?
Puoi vivere
il museo a cielo aperto nell’isolotto di Calcara, tra pale, ceste, il rullo di pietra, le botti, il carretto….. o addirittura salire sull’antico schifazzo San
Giacomo, una barca con
vela e fiocco per il trasporto del sale per mare, diverso dalle più piccole "mociare" senza ponte e vela, per il
trasporto interno, o attraversare il mare bassissimo
dello Stagnone ed approdare con la barca sulle coste di Motya.
Puoi visitare un
mulino, magari quello della fortezza seicentesca
di Nubia, baglio adibito alla molinatura del sale, con i suoi muri di pietra, i
ruzzoli, i cattedri (le ceste per traspostare il sale), gli ntinni di legno (le pale dei mulini), la
vite d’Archimede per aspirare l’acqua, i tagghia
(le misure del sale), la macina tra i sacchi di iuta, il carro con la botte d’acqua
per dissetare i salinari, nasse e reti per orate e spigole che potevano essere
allevate nelle vasche. Pesci
pregiati che arricchivano le tavole dei proprietari ed ottimo condimento per
couscous.
Non puoi più trovare ‘u mulinaru, quello che a marzo arbulava
u mulinu attaccando alla struttura le pale di legno, ntinni, e vi arrotolava le vele rosse, le ncucciava orientandole al vento del
mattino. Se dalla memoria trai lo spunto per ricominciare, lì, dalle risorse, e farne un punto di forza, un lavoro, uno sviluppo, bene allora la memoria diventa valore.










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