
E’ morto Muhammad Ali, un atleta tra i 10 più famosi al mondo con Sugar Ray Robinson, Joe Louis, Rocky Marciano, Jake LaMotta, Jack Johnson, Henry Armstrong, Jack Dempsey, Mike Tyson, che hanno reso epico il pugilato.
La loro
resistenza, la velocità, il sudore, la passione e la tecnica potrebbero farli
sembrare sicuri di sé e
violenti sul ring, ma le loro storie accomunano miseria e rivincite,
ghettizzazione e riscatto sociale favorendo le leggende che ne hanno fatto un
simbolo della forza e dell’intelligenza motoria, ma anche di generosità
sociale.
Il
pugilato era definito da James Figg “la Nobile
Arte della difesa”, sport che prende in prestito i pugni dall’istinto
dell’uomo quando deve difendersi e non ha armi. Non ho dubbi che sia così però
non posso non osservare la violenza che solleva intorno al ring tra gli
spettatori, pure se anche il calcio la registra recentemente intorno al campo e
fuori!

I corpi
erano atletici e come non ammirarli, eppure quella forza richiamava la sfera
del divino!
Anche in
Egitto violenza e sacralità dovettero rendere celebri i pugili tanto
da dipingerne ben oltre
quattrocento, di fronte alla tomba del faraone Beni Hassan.

Fu il principio dello sport quale rispetto del corpo e della mente che
portò il pugilato nel panorama
olimpico dal 668 a.C. e si
combattè fino a al 393, quando l’imperatore l'imperatore Teodosio I vietò
l'organizzazione di nuove olimpiadi.
Se i
pugili, pure mortali, per vincere avevano bisogno degli Dei, quale migliore
simbolo della vittoria se non la Nike,
l’angelo alato ambasciatore di Zeus e Atena?



Ma per
quante regole si diano il risultato rimane quello di vedere due soggetti,
atleti, che in uno spazio recintato si prendono a pugni e mi scusino gli
appassionati, ivi compresi quelli che tifano per una delle 1500 donne italiane
che praticano tale sport.
Ne
apprezzo la disciplina quale forma di esercizio sportivo ma non il modo.
Ed innegabile, in questa disciplina Muhammad
Ali fu un grande!
Maria
Frisella
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